01 Febbraio 2010

La preghiera del porco al cielo (e la danza del bisonte)

La preghiera del Porco al cielo
(dedicata a tutti coloro che non vengono accettati per quello che sono)

“Dio, Porco mi chiamo, è il nome che ho in dono
e dir che lo adoro non è poi da pazzi,
ma allora mi dici, se figlio tuo sono,
perchè se ti danno del me tu t'incazzi?
Porco, Dio, che il nome mi desti
il Cristo sei tu e te ne do gloria,
siam nati da mamme con nomi diversi,
ma è uguale se chiamo Maria la tua Troia.
Sei pioggia, sei terra, sei vino, sei pane,
e luce che il sole tramonta nel mare,
sei uomo, agnello e colomba pasquale:
mi spieghi perché non puoi esser maiale?”

Alessandro Cascio 



La danza del bisonte (A. Cascio studio Mix and Percussion)

 
29 Gennaio 2010

Londra: giovani, belli squattrinati e in cerca di successo

TOUCH AND SPLAT, RECENSITO DA GIANFRANCO FRANCHI (SCRITTORE DI DISORDER, MONTEVERDE, RADIOHEAD KID-A) PER "SETTIMANA PULP" DI LANKELOT.
http://lankelot.eu/letteratura/cascio-alessandro-touch-and-splat.html


Se hai paura del buio, l’unico modo per superarla è spegnere le luci.
Questo è quello che dice Anna quando le confido che da un po’ di tempo a questa parte mi tremano le gambe e che ad Hyde Park stavo per cadere mentre seguivo Acheronte sulla Serpentine.
“Cosa vuol dire che ti tremano le gambe?” mi chiede senza neanche guardarmi, aprendo le cosce e infilandomi la testa nella sua fica bagnata, aspettando che il ragazzino in chat finisca di lisciarselo per ventisette sterline l’ora.
Con voce soffocata rispondo che: “Vuol dire, non so, che mi tremano e basta”.
Sorride e mi dice che quando le parlo nella fica le faccio il solletico.
Smetto.
“Vuoi che il ragazzino s’incazzi e chiuda il pagamento? Continua a parlare, ma fallo come se stessi strusciandoti a me”.
Mi tremano le gambe. Vuol dire che sto alzato e fermo e mi tremano, non c’è nessun doppio senso, nessuna metafora, non so farle io le metafore, non mentre mi tremano le gambe, almeno.
Così mi dice quella cosa del buio.
Lei ne aveva una paura matta, ma poi un giorno ha deciso che non avrebbe più usato luce artificiale per un mese intero. Solo candele profumate, lumi e quelle piccole palline rosse che si illuminano se le metti accanto al fuoco, roba cinese che qui la trovi a mezzo pound a Bermondsey o tra le carabattole di Camden Town.
Il ragazzino rallenta il movimento proprio quando sta per venire, lo vedo con la coda dell’occhio e gli dico di muoversi. Non è come tutti gli altri della sua età, quelli che solo al pensiero che Anna si passerà tra i denti il mio uccello, si riempiono le mani prima ancora di capire come lo farà e quanto si farcirà la bocca. Li vedi che si piegano in due e dopo qualche spasmo, chiudono la chat perché ancora non hanno superato i sensi di colpa per quella porcheria blasfema che li porterà all’Inferno. Noi lo chiamiamo lavoro, la gente di solito lo chiama “Dio mio, che schifo!”
“E’ furbo” dice Anna parlando del cliente, “si ferma proprio mentre sta per venire e poi se lo massaggia lentamente in modo da rallentare l’orgasmo, dobbiamo fare qualcos’altro o queste ventisette sterline dovremmo sudarcele”.
Per me va bene, lei è l’unica donna della mia vita, potrei leccargliela per ore e parlarle di musica, cinema e letteratura senza sentire il peso dell’indecenza. Quando il fastidio le diventa insopportabile, poso le mie labbra strette sulle sue grandi e tiro dentro come se fumassi una Malboro in modo che non le si gonfi e che il prossimo cliente possa pensare che lui è il primo, l’unico, che lo amiamo, che ci eccita vederlo, con quel suo culo piatto poggiato sulla sedia ergonomica a chiederci di farlo impazzire. Di solito mi chiamano “mezza sega” e mi dicono che se ci fossero loro, al posto mio, le farebbero vedere i sorci verdi, ad Anna. Cristo di un Dio, li ucciderei. Mai una parola cattiva per Anna, ma solo parole dolci, per me invece “pisello moscio”, “frocio”, “stura cessi”.
“E com’è finita con la storia del buio?”
Anna prende la Squirt Bottle dal comodino e la poggia sul lato del letto non inquadrato: “Prendila” mi dice, “simuliamo un megaorgasmo e facciamolo venire quel bastardo!”
Di solito nella Squirt Bottle mettiamo acqua, è una piccola boccetta gommosa che si infila dentro la figa. Basta leccare un po’, poi lei mi tira via la testa, mette la mano tra le sue cosce a coprire la boccetta e preme con forza. Questo dà l’idea di un superorgasmo da pornoattrice shakerata che schizza dappertutto sul mio viso. Ma è solo acqua o a volte alcol.
“Ho messo dentro della Vodka, ti servirà a calmarti un po’”.
Nascondo la Squirt Bottle tra le mani, ma non innesto il meccanismo se prima non mi dice come è finita la storia del buio e delle candele, se prima non mi assicura che per superare le paure bisogna sfidarle.
“Frocio, falla godere” scrive il ragazzo in cam che per ventisette sterline si è comprato la mia dignità.
Anna muove il bacino contro la mia bocca e mi racconta che: “Ho finito per vivere al buio, ho vissuto con la paura per un po’ e poi lo stesso contesto che prima mi paralizzava, una volta divenuto routine, mi rendeva invece più serena con me stessa.
Come un prestigiatore nascondo sul palmo la Squirt Bottle e la infilo dentro ad Anna che mi riempie la faccia di Vodka e grida nonostante non ci sia il sonoro per rendere la parte più intensa, come una vera attrice dell’Aldwych e fa venire quel piccolo stronzo che si piega, si nasconde l’uccello mosciato dopo l’esplosione di gioia notturna e interrompe la chiamata.
“E poi …” dice.
Bevo l’ultima goccia di Vodka e mi tuffo sul divano in attesa di un altro cliente, chiedendo una pausa sigaretta.
“Poi cosa …?”
Anna mi chiede di farla accendere e si posiziona di fronte al portatile per fare il conto del guadagno giornaliero, raccontandomi che: “Dato il persistente buio, la gente pensava che io non vivessi più lì. La gente sono i vicini, gli amici, i passanti, ma anche ladri, i delinquenti e gli albanesi. Così un giorno quelli dell’accampamento sul Ponte Pannaci, sono entrati in casa e …”
Mi accorgo che starnutisce, lo fa solo quando le si indebolisce la mente, è una tosse meccanica, priva di catarro, psicotica e convulsiva. Quando è scoperta, quando è davvero scoperta, Anna tossisce.
“Se hai paura di qualcosa, la affronti, perché lottare è già di per sé vincere, non credi? E’ questo quello che intendevo. Insomma, avere paura e stare immobili” la voce si spezza, dopo un po’ torna, ma è rauca, si spezza e poi torna, “a cosa porta?”
Da dietro la stringo perché è il suo sapore che ho in bocca ogni notte, il suo sapore che mi porto appresso da mesi, da quando Londra mi ha reso quel che sono. Sono un beat nella chimica dei rave che non si confronta senza alterazioni e che ha preferito il sesso a Dickens. Canto libertà con chitarre made in China, con corde made in Thailand, plettrate made in Vietnam. Sono un byte in un Mac ingrassato al Mac, scolpito al crunch, abbronzato ad UV e vestito al Brooks, che gira il mondo comodo in economy. So amare più di quanto amate voi, ma è ciò che amo che vi fa ribrezzo, è come amo che vi rende avversi.
“E poi?” chiedo.
“Mi hanno violentata sulla scala, mi hanno derubata e picchiata, mi hanno reso quel che sono”.
Anna è lo stand by di un TV Color, il backstage di un sogno scelto tra le pagine di una minuscola brochure. La show più sexy di Erotic-mania, la dandy leader delle eiaculazioni dei restless teen, un break da pochi pound in un display. Sa amare più di quanto amate voi, ma è ciò che ama che vi fa ribrezzo, è come ama che vi rende avversi.
Mi tremano le gambe, nuovamente, come dal primo giorno che sono atterrato a Londra, come quando a Gatwick mi chiesero il motivo della mia visita nel loro paese.
“Non ne ho la minima idea, io volevo visitare New York, ma non avevo abbastanza soldi” risposi e lei, Anna, da dietro sorrise mentre lo sbirro vestito d’azzurro mi diceva che era meglio che prendessi le mie cose. Gli inglesi qui ci odiano, ci considerano simpatici, ma corrotti, capaci di un abbraccio e di una coltellata alla veneziana un momento dopo, ci considerano atipici saltimbanchi per feste, da tenere alla larga nella vita quotidiana, rozzi contadini di cultura, abili creatori di opere d’arte ma incapaci di averne cura.
Io ho solo lei.
“Però” dice Anna, “non ho più paura del buio”.
Lei ha solo me.
“E nonostante ti sembri che ne sia assuefatta, la tua lingua nella mia figa è qualcosa a cui non posso rinunciare perché è l’esatto contrario di uno stupro”.
Il mondo non aveva alcun senso prima che Dio creasse l’uomo e con lui, l’immaginazione. Nel mondo in cui vivevamo io e Anna, tra le Madonie sulle vallate campestri annacquati dalla sorgente Scillato, c’era gente così abituata all’insensibilità che scambiavano urla per poesia, schiaffi per carezze, un’amabile considerazione per il più eccessivo degli innamoramenti. Forse è per questo che noi due, sensibili artisti e sinceri, siamo andati via da lì, perché se davvero avessimo dato amore, poesia e carezze a nostro modo, quella gente sarebbe impazzita e sarebbe scoppiato loro il cuore. In qualche modo li avevamo salvati, lasciandoli ai loro discorsi antimafia, ai bar dei mafiosi, alle loro scappatelle quotidiane, ai loro sotterfugi sociali, alla loro impegnata politica.
Negli anni, dico a te, negli anni abbiamo scoperto che né la politica comunista, né quella fascista, né i loro sviluppi, né le loro involuzioni, né monarchia, né democrazia hanno dato i risultati sperati. Questo non perché la politica abbia sempre sbagliato, ma perché l’uomo è un essere di eccessive speranze. Così tutto ciò per cui lottiamo, non sarà mai vinto abbastanza. Io e Anna, avevamo smesso di lottare da tempo, incastrati in un piccolo anfratto Londinese che ci avrebbe portato ricchezza, fama, gloria, un giorno, se solo avessimo insistito. Io e la mia chitarra, lei e il suo sogno di recitare, non c’era lotta migliore che valesse la pena perdere, tra tutte le lotte perdibili che il mondo ci offre ogni giorno.
Mi inginocchio di fronte a lei, la tiro a me e le apro le gambe.
Essere donna è come avere un piede gonfio. Le sensazioni sono amplificate e se cammini troppo senti più dolore degli altri, ma a stare seduti hai certo più tempo per pensare. A noi uomini Dio ha dato un solo potere: più muscoli. Ma non si è migliori perché si è capaci di fare cento flessioni.
“Cosa fai” mi dice Anna coprendosi il viso come se fosse la sua prima volta, “non c’è nessuna chiamata”.
La bacio, poi irrigidisco la lingua e la passo sui bordi per sentire se è ancora disposta a provare piacere. Quando sento il contrasto tra la mia saliva e i suoi umori, mi rendo conto che non opporrà resistenza e che andrò avanti ad amare una parte di lei fino a quando non avrò il ritmo per amare il resto e smetterò, da domani, di pensare a realizzare i miei sogni, farò un passo indietro e mi limiterò a scansare i miei incubi peggiori.
C’è un posto a Covent Garden, che si chiama Themes, in cui la gente si ferma a parlare di nulla sperando che il nulla sia troia abbastanza e l’alcol preserva risate sintetiche, la musica è un coprimbarazzo, propellente per suicida, in cui una bionda serve ai tavoli. Ci vado perché Anna ha un chiosco a pochi metri da lì.
Dentro, Jamal è così curvo che sembra in permanente inchino, appesantito dal carico di una custodia per chitarra che adagia sulla verde panca all’uscita dal sottosuolo metropolitano. Quella principesca postura si tramuta all’istante in miserevole quando il nero, occhi gialli e piedi piatti, gorgheggia catarro che sputa sul marciapiede imprecando ogni santo enumerandolo per data di beatificazione. Ti accorgi in quel momento che Jamal è curvo per natura, non per fatica ed eleganza e che Covent Garden per lui è una città a parte, con le sue usanze, la sua storia, le sue chiese, le sue puttane e i suoi tossici imbottiti del metadone che da tempo offre il mercato di Vic, che sostiene che non ci sarà nient’altro oltre quello, per qualche settimana: “Prendere o lasciare”.
A quella proposta, la fronte di Jamal trasuda e splende come fosse ancora esposta al Sole di Mindelo ed esibisce la paradossalità di un negro impallidito. Jamal è convinto che chi suona non sia un musicista, ma solo uno che suona. Se però sei disposto a rinunciare alla tua stessa vita, per la musica, allora sì che sei un musicista, che le corde della tua Valencia sfrigolino o percuotano le menti più inamovibili.
“Alchimia si chiama. Capito cosa intendo, no? Capito?” ripete insistentemente che quasi mi viene voglia di ordinargli di tacere e imbavagliarlo.
Tormentato, piscia sulle arcate palladiane di Inigo Jones, come se fossero la sua latrina: “Santa Madonna, la faccio dove mi pare, questo quartiere è la mia casa. E tu non ce l’hai una casa, sbirro? Se hai una casa avrai anche il cesso.”
Lo sbirro di strada, elegante nei modi e nel vestiario, si era avvicinato a lui chiedendogli le generalità, proprio mentre il vecchio Jamal si schizzava i pantaloni del suo stesso piscio. “Hai un lavoro?” chiese lo sbirro, come se volesse toglierlo dalla strada. Lui si era limitato a mostrare la chitarra e ad esibire un sorriso incastonato tra due guance dalle linee d’espressione così marcate da sembrare incise con una lama.
“Vedi Mickey Cunt, quanto siamo liberi? Dovrei farmi scoppiare la vescica per buona educazione?”.
Poi si comporta come se avesse scordato di colpo l’accaduto e torna sui suoi passi, a parlare d’arte e di ciò che essa prende agli uomini in cambio di qualcosa che quelli non vogliono, ma di cui hanno un disperato bisogno: i sogni.
“E tu cosa sei disposto a perdere?” chiede.
Mickey Cunt non dice niente, ma è come se avesse parlato, perché lui, a Mickey Cunt, risponde: “Smetti di cercare di essere solo bravo, perché, se sei bravo, è facile rimpiazzarti. Piuttosto, comincia ad essere unico”.
A mano aperta schiaffeggia il vento e si lascia dietro le cose che non vanno, con la mimica solita di ogni essere umano disgustato.
Si incammina verso me che me ne sto alla bancarella di libri usati, a guardare Anna, guardare una donna, guardare un libro di Kafka per poi prenderlo tra le mani spolverandolo.
“Grazie a Dio, anche se la gente non compra, almeno mi lucida i libri che non legge nessuno”. Anna quando sorride strizza gli occhi che non appena aperti ti fissano verde intenso come ad aspettare lo stesso sorriso in cambio. Per questo motivo mi sento spesso a disagio, perché io, un sorriso uguale non l’ho mai visto, figuriamoci allora se sarei capace ad imitarne lucentezza e calore. Somiglia ad un’attrice di cui non ricordo il nome, di cui non ricordo nulla eccetto il fatto che sia bella e famosa. Quando lo faccio notare mi prende in giro dicendomi che il mio è il miglior complimento mai fattole, ma anche il più maldestro. Non so se l’attrice di cui parlo esista davvero: forse vorrei solo che, bella e famosa, lei ci diventasse. Recitare è il suo sogno. Lei lo è. Siamo tutti il sogno di qualcuno, per questo dovremmo impegnarci di più ad accettarci per ciò che siamo.
Ognuno di noi è trattenuto a forza a Londra dal dovere verso un desiderio che presto diverrà passo dopo passo, un’ ossessione che si ripara come può dietro muri imperscrutabili fatti di ristoranti italiani e bancarelle. I più fortunati tramuteranno l’ossessione in fallimento e in seguito, in accettazione. Poi riprenderanno a vivere.
Gli altri invece…
Osservo Jamal sputare e imprecare, pisciare e raccontare e penso a come la follia diventi impercettibile quando s’incontra con l’arte, come se nel contesto artistico acquisisse un senso, una logica e per questo venisse accettata.
Anna dice sempre che i libri, se non li spolveri, puzzano, e che ci sono persone che se li comprano per questo motivo. Dice che la puzza dei libri usati è la base del business delle bancarelle di Covent Garden, che mirano al vecchio e non alla qualità.
“I libri vecchi non sempre sono dei bei libri” dice Anna impostando il Kafka che la ragazza ha riposto malamente, “spesso sono libri abbandonati perché sono una cattiva lettura, ma è la scorza che affascina, come se avessero in sé il segreto di un antico sapere che spesso, però, non viene rivelato”. Poi strizza gli occhi e mi osserva.
“Vale anche per gli uomini” le dico.
Io siedo con lei con la scusa di farle compagnia, ma nascondo dietro una banale difesa la mia solitudine, che se inquieta, chiede una presenza che Anna non può far altro che darmi, dalle nove alle diciotto, per semplici esigenze di lavoro.
“Andiamo Mickey Cunt?” dice Jamal, “dobbiamo guadagnarci da vivere”.
Il bus arriverà tra un po’ e prenderà con sé tutti i ragazzi impiegati all’ Italian Circus, Spagnoli e Francesi in vacanza studio, sfruttati dal business dell’anno sabbatico.
“Devo andare”, dico.
“Mickey Cunt?” mi guarda Jamal arrivato in prossimità della bancarella, ma si nota, dal suo sguardo non perfettamente in linea con i miei occhi, che Mickey Cunt non è dietro di me ma poco davanti a me. Non si vede, Mickey Cunt, non lo vede nessuno che non abbia il cervello abbastanza bruciato come lo ha Jamal.
“Lo ripete in continuazione”, dice Anna, “dicono che fosse suo figlio e che sia stato travolto sulla red line”.
Jamal Cunt, il negro che insegnava la vita all’aria, si siede ed esce da una custodia trasandata una vecchia chitarra. Le corde sono consumate dal sudore delle sue dita che l’hanno attraversata fino all’ultimo tasto, come la chitarra di ogni blues man che dopo il riff che accompagna l’ultima strofa, ti spezza i timpani con una scala fino alla nota più acuta. Canta “Hey, Hey, My, My”, e si assicura che la sterlina appena donatagli non salti fuori dalla custodia che ha steso per raccogliere l’elemosina. “Rock’n roll can never die” e china la testa sorridente in segno di gratitudine.“There’s more to the future”, si compiace di poter mangiare un cheese burger.
“Hey, Hey, My My” canta a Mickey Cunt, come fosse una ninna nanna per chi, dentro quel buco dove le metro scorrono e la gente si mischia agli odori di sconosciuti, si era per sempre addormentato, di un sonno forzato, di chi non è stanco, di chi a soli otto anni viene mandato a letto prima che finisca il film della sera.
“Povero” dice Anna, “se avesse pensato meno a cantare e più al figlio, non sarebbe successo”.
Prendo il fetido Kafka dalla bancarella, lo pago una sterlina in più fingendo di non accorgermene e dico a Anna che niente è universale, che a volte i sogni si raggiungono senza dover pagare l’elevato prezzo che Jamal ha pagato.
“Mi sbagliavo. Il vecchio, spesso, ha anche molto da dire, basta ascoltarlo”.
Non credo alle mie parole, ma auguro ad Anna di non dover rinunciare a troppe cose per il teatro e ascolto ciò che Jamal dice al vento: “Non allontanarti troppo, Mickey Cunt, un’ora sola e poi andremo via da qui”.

(Da: Londra, giovani belli squattrinati e in cerca di successo, Alessandro Cascio)

Tags: londra
 
16 Gennaio 2010

Ci vorrebbe il deserto attorno al Burning Man

 

Ci vorrebbe qualcosa di forte, una droga più potente di quelle in commercio, che ti faccia rimanere sempre allegro, sveglio, energico, che annienti il bisogno di poltrire, il bisogno d'amore, che rada al suolo ogni pensiero negativo o solitudine, che ti ecciti al momento, che sia per piacere o per dovere. Ci vorrebbe il deserto attorno al Burning man.
Ero ipnotizzato da quel fuoco come una falena, mi avvicinavo sempre più al punto di sentire la pelle bruciare ma senza bruciarmi le ali. Forse eravamo trapassati, in un'altra dimensione infernale. Brindammo insieme. Il mondo era morto, noi eravamo vivi, non saremmo mai più tornati indietro.
Sì, cazzo, ci vorrebbe una droga che nasconda i difetti peggiori della mente e del corpo, che ti metta una maschera al giorno, a settimana, al mese seguendo i tuoi bisogni e non quelli del mondo, una droga forte sì, ma letale solo nel momento giusto, nel momento in cui hai fatto e conosciuto tutto ciò che c'è da conoscere, che addormenti le lacrime in testa prima ancora di quelle agli occhi.
Esiste? Per favore ditemi che esiste e ditemelo voi, che mi avete ingannato alla nascita assicurandomi che un giorno quella droga sarebbe arrivata da un pusher con gli occhi cerulei, vestita del colore che più mi piace, che sorridente mi avrebbe versato la dose sul tavolo iniettandola in quantità massicce e confortandomi che niente e nessuno mi avrebbe toccato, fino a una mia decisione, neanche il fondo mi avrebbe toccato se solo ci fossi finito per errore. Il silenzio dovrebbe scuotere tutto il rumore del mondo, il silenzio, vi dico, il silenzio non muto, quello fatto di scoppiettii di focolai, di pioggia sulla polvere, di cicale che cantano. Chi aspettate che bussi, che clicchi, che chiami, che passi, chi aspettate e perchè pretendete che qualcuno vi salvi la vita se la vostra vita è un catorcio? Chi aspettate e perchè ancora svegli, lo fate? Ci vorrebbe una droga per Dio, che qualcuno la inventi, adesso, in massa accalchiamoci nei più futuristici dei laboratori e proviamo, proviamo, muoriamo provando che cercare è come trovare, ma dateci qualcosa adesso, non fateci ancora aspettare che un altro fantoccio prenda fuoco senza di noi al Burning Man.

Alessandro Cascio

 
12 Gennaio 2010

Sicilitudine, Alessandro Cascio

Sicilitudine

Gente media che fa in media sogni medi, se ne sta seduta in panche di mansonia, disegnando ciarle concitate in concitati gesti all’aria greve.
Tua madre s’alza quando è buio pesto, e sparge odore di caffè sui muri, raccatta i tuoi vestiti dal divano e poi pulisce ancora sul pulito.
Si stira il viso quando casa è vuota, con creme dei miracoli cinesi, sperando che il fornaio, almeno quello, tra una treccina e quarto, la lusinghi.
E’ giovane ed ha braccia forti e scure, un viso da nottambulo, marmoreo, ma serve in fretta e a viso troppo chino, per chi gli è supplichevole al bancone.
Tuo padre, quello, non ti ha mai capito, è un vecchio poveraccio salariato, che ha costruito cella dopo cella, una prigione di cui ha maestà suprema.
Ti dà del lavativo da vent’anni, che se li avesse lui cadrebbe il mondo, che se li avesse lui lo cambierebbe, che se li avesse avuti andrebbe bene.
Tuo nonno, cinico, non lo ha mai ascoltato, è morto l’anno scorso di compianti, esposto tra il sofà e la stufa a legna, sopra il tappeto di Kazak bruciato, da un mozzicone poi mai più trovato, da dita troppo alticce, mal gestito … e ancora se ne parla e lo si cerca, il mozzicone, il nonno o quel ventennio.
I muratori passano il frattazzo, pressando sullo stucco del selciato, con le ginocchia rosse e il sangue ai denti, mentre il padrone gira per i tufi.
A braccia unite esamina con cura, che la sua reggia grezza chiudivia, divenga un giorno degna del sovrano e della sua garzona lituana.
Si accalcano gli oziosi da un barbiere, che taglia i crespi a un giovane soldato, con un rasoio antico Barberìa, che passa poi sul cuoio ad ogni rasa.
Fuori la porta, un vecchio parla solo, così che almeno uno lo capisca.
Poco distante un bar ha appena chiuso e tu l’aspetti con le mani in tasca.
Lei è un fiume di pensieri in movimento, non trova sbarramento che la argini, e quando scorre invade le tue rive, che smottano rendendola melmosa.
Per lei hai donato l’anima al demonio, ed hai impegnato quella di un tuo amico, per riscattarla con atroci gesti, agli angeli e quei santi ancora in vita.
Se pensi da perdente perdi il doppio, se pensi da vincente, la metà: qui il mare è un muro in cui i codardi frignano, e i forti passan con serenità.

Alessandro Cascio

 
04 Gennaio 2010

Facebook: uccide un conoscente che lo ha taggato dopo una birra e si costituisce sul profilo dell’Interpol

Facebook: uccide un conoscente che lo ha taggato dopo una birra e si costituisce sul profilo dell’Interpol .
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Londra, 3 Gennaio 2010,
h 15.50 è una tranquilla Domenica dopo sbronza nel quartiere Earl’s Court della capitale Inglese. I ragazzi al Pub “Tristan” giurano che qui è sempre così.
“Sì, a volte qualche bevuta di troppo”, risponde il più basso e nerboruto tra loro, “ma una scazzottata non può fare che bene a noi ragazzi, ci insegna a vivere”.

Una scazzottata sì, ma il loro amico, Andrew Cock, ha da qualche ora accoltellato il suo compagno di college, Steven Sober, per poi fotografarne le budella e metterle in bella vista sul proprio profilo Facebook, condividendole poi con l’Interpol che ha subito arrestato il giovane. Motivo dell’accaduto, una tag di troppo.
La tag è ormai uno dei metodi più usati nei social network per condividere le proprie foto nei profili altrui. Basta caricare lo scatto di un amico, cliccare sul 'tag' e poi scrivere il nome della persona rappresentata (o di quelle a cui vogliamo mostrare lo scatto) per far sì che l’immagine venga condivisa, apparendo in bella vista nei profili degli amici.
“Lo fanno in molti” dice il ragazzo di colore con una birra in mano, “ti scattano le foto al sabato sera, mentre hai la faccia storta e lo sguardo di un lemure e poi l’indomani condividono con ogni tua amico quel tuo momento di debolezza”. Deve dire altro, e con estrema convinzione, per questo si alza dalla sedia e continua a gridare per far valere le sue ragioni.
“E’ come fanno i paparazzi con i vip in spiaggia: è la stessa cosa”, dice offrendomi la sua birra.
Capisco subito che Andrew Cock, lui, lo conosceva bene, quella è l’agitazione di uno che sa di chi parla. “Avevamo le stesse passioni, con Andrew: birra, donne, viaggi e cultura fisica. Era andato alle Baleari, amico, e ne beveva di questa roba, a litri, ma aveva un bell’addome, lo allenavamo ogni giorno assieme con il Power Crunch, sai quell’aggeggio che …”
Mi prende una mano, la poggia sui suoi addominali e m’invita a premere. E’ vero, è duro come la roccia, ma non ho ancora capito dove vuole arrivare giacche appare chiaro che io sto scrivendo un pezzo per una testata di cronaca cittadina, non certo per Men’s Health .
“Invece c’entra eccome”, continua.
Gli chiedo di finire.
“C’era questo suo amico, rocchettaro, che in spiaggia gli scattava le foto quando rilassava lo stomaco dopo una birra. Lo faceva giusto per prendersela comoda al pomeriggio prima delle feste in riva al mare, che lì continuano fino al mattino. Tornati a Londra questo qui cosa fa? Ti va a mettere le foto su Facebook taggandole una per una.”
Ride e si volta verso la ragazza che gli infila la mano sotto il maglione e gli massaggia la tartaruga.
Dopo 12 anni di palestra, due ore di allenamento al giorno, la gente di Earl’s Court pensava che Andrew avesse la pancetta solo perché il suo amico Steven aveva deciso di rendere pubblico un suo momento di relax.
“Potrebbe capitare anche a me” continua il ragazzo di colore, “fortuna che vesto aderente, posso mostrarla a chi voglio, la mia tartaruga, a chiunque voglia constatare”.
Mi risparmia la vista e torna a sedere:
"E perchè no, amico, potrebbe capitare anche a te. Metti che qualcuno ti avesse fotografato mentre guardavi il didietro della mia ragazza e avesse taggato te, lei e me. Credi che ci faresti una bella figura o che io e te resteremmo amici?"
Della sua ragazza si nota la scritta "emergency entry" sulle sue natiche piatte, quella non puoi fare a meno di guardarla e chissà come, il giovane (forse proprio perchè tale) crede che io sia suo amico solo perchè gli ho fatto delle domande interessandomi alle risposte.

Quel che più mi colpisce è che tutti la pensano come lui: Andrew Cock è la vera vittima e Steven il carnefice sconfitto. Una storia a lieto fine, se non fosse che l’eroe passerà il resto dei propri giorni in galera. Steven Sober, 23 anni, è stato da poco massacrato da un suo amico di due anni più grande di lui perché aveva invidiato la sua tartaruga, perché aveva voluto umiliarlo di fronte a tutti e ha pagato con la morte (atroce, tra le peggiori) l’affronto, ma questo non sembra colpire nessuno dei ragazzi che mi chiedono di prendere una birra con loro e mi dicono che “una TAG è una cosa seria, non si dovrebbe prenderla così alla leggera”.

Da: Nowtrue post, Londra, 3 Dicembre 2010

 
02 Gennaio 2010

IL CRISTO SUICIDA DI RIO

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IL CRISTO SUICIDA - RIO DE JANEIRO
(LIBERA INTERPRETAZIONE DELL'OPERA,A. CASCIO)

Tags: rio
 
28 Dicembre 2009

HELP ME! GLI IGN(I)ORANTI, I CARABINIERI GAY E NEW YORK VIDEOS

DAL 2010 TUTTI I CANALI PASSERANNO SUL SATELLITE ... E GLI INNAMORATI CHE GUARDANO LA LUNA, TRA UN BACIO E L'ALTRO, VERRANNO INTERROTTI DALLA PUBBLICITA'.
(ALESSANDRO CASCIO DA: LA MATTINA APPENA SVEGLIO SONO UN TIPO BRILLANTE)
BUON ANNO, RAGAZZI.
 

MI SENTO SOLO. DALLA PARTE LORO C'HANNO LA GENTE COLTA: CERCASI GENTE IGNO(I)RANTE CHE MOSTRI ANCHE LA MIA GENTE.
Fatemi un favore: partecipate al dibattito in qualunque modo. 

Dal 23 Dicembre al 5 Gennaio, su Letteratitudine, Blog del gruppo L'Espresso http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/12/23/recensioni-incrociate-n-10-alessandro-cascio-sergio-sozi/comment-page-3/#comment-84990
... sono a confronto due libri, uno è "Menu" di Sozi della Castelvecchi e poi c'è il mio che si chiama Tocuh and Splat, di Historica che parla di rabbia e bla bla bla. Il primo è scritto da uno che di cultura ne sa, non c'è che dire, è un saggista che parla il latino e uno è scritto da me, che se mi conoscete, capite che non c'entro nulla. Ora, visto che io ho il titolo in inglese (che poi è il nome storpiato di una sonata di Bach) e uso i neologismi e gli inglesismi, che sono i termini nuovi e i termini inglesi come "a bestia" o "finger food", tutti cominciano a menarsela sul decadimento della lingua italiana, 300 commenti quasi tutti in dibattito e io gliel'ho detto mille volte che un po', di sto dibattito, mi sono rotto le palle, ma nulla, loro sono persone colte e le persone colte potrebbero ripetere le cose all'infinito.
Se voleste partecipare anche voi ignoranti, per dare un po' di brio alla conversazione, dicendo stronzate per abbassare il livello e portarlo al mio, sarebbe un piacere.
Io commento così questa Maria che mi scrive:
La soluzione dell’umorismo come possibile antitodo alla rabbia mi trova d’accordo. Ne aveva anche parlato Pirandello in una sua opera dedicata, appunto, all’umorismo. Per Pirandello l’umorismo è capace di conciliare sentimenti diversi come la rabbia e la tenerezza, la pietà e l’aggressività, l’odio e la compassione. Saluti e auguri a tutti.
Postato lunedì, 28 dicembre 2009 alle 1:17 pm da Maria

Le rispondo:
@ Maria: dipende. Se per esempio racconti le barezellette sui gay in un locale gay, quelli si arrabbiano. O che so, se racconti una barzelleta sui Carabinieri a un posto di blocco. L’ideale sarebbe raccontare barezellette sui gay a un posto di blocco e barzellette sui carabinieri nei locali gay. Però se trovi un carabiniere gay sei fregato, si arrabbia. Cioè, se racconti una barzelletta sui gay a un posto di blocco, quello (il carabiniere gay) magari per onor della divisa ti dice: “Signor Caio, questo non è il momento adatto per raccontare barzellette”, e ti fa la multa. Però se poi te ne vai al locale a raccontare barezellette sui carabinieri, quello pensa: “Beh, ma allora sei recidivo” e mica ti fa la multa, nel locale gay non te la fa la multa e certe volte, meglio una multa, perchè quell’altra cosa che ti fanno, se non sei abituato, può generare altra rabbia. Insomma, penso che dopo tutto questo discorso, tutti siamo d’accordo adesso che l’umorismo genera rabbia e che il discorso di Maria è totalmente sbagliato, quindi non seguite i suoi consigli, a meno che non siate gay o carabinieri, allora un gay carabiniere può raccontare tutte le barezellette sui carabinieri gay che vuole, si chiama autoironia. Un abbraccio a tutti e ad Anonimo per aver approfondito i libri in questione.
Postato lunedì, 28 dicembre 2009 alle 3:48 pm da Alessandro Cascio

American Short Alessandro Cascio - New York on the road


American idiot Alessandro Cascio - Improvvisascion in the Hotel after The Hall Party, at 5 of mattins IN AMERICA L'AMOUR LO CHIAMANO TAXI! UN'ALTRA TRAGEDIA AMERICANA.
 

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24 Dicembre 2009

Come ammazzarsi a Natale - Brazilian Babes - Un racconto sulla solitudine (UT di Dicembre)

ANCHE QUEST'ANNO, COME OGNI ANNO, CIRCA 200.000 PERSONE TRA VOI, SI UCCIDERANNO PER QUESTE FESTE.
IL 92% DI VOI VIVE IN UN PAESE COSIDDETTO CIVILIZZATO.
ECCO ALCUNI CONSIGLI PER AMMAZZARVI SENZA SOFFRIRE.
1) NON TAGLIATE LE VENE IN MODO ORIZZONTALE, MA VERTICALMENTE, IN MODO DA LACERARE LA VENA VENTRICOLARE.
2) IMMERGETEVI IN ACQUA CALDA, AUMENTERA' LA VOSTRA PRESSIONE E VI FARA' MORIRE PIU' IN FRETTA.
3) LEGATE UN TUBO DI PLASTICA AL TUBO DI SCAPPAMENTO DELLA VOSTRA AUTO, FISSATELO CON DEL NASTRO ADESIVO IN MODO CHE IL TUBO NON SCAPPI VIA. ACCENDETE L'AUTO E ADDORMENTATEVI.
4) LEGATE UN SACCHETTO DI PLASTICA DI PICCOLE DIMENSIONI ALLA VOSTRA TESTA FISSANDOLO CON DEL NASTRO ADESIVO DOPO AVER PRESO UNA DOSE MASSICCIA DI SONNIFERI (NON TRANQUILLANTI, VI FAREBBERO PASSARE LA VOGLIA DI MORIRE). VI ADDORMENTERETE E MORIRETE ASFISSIATI NEL SONNO.
PRIMA DI AMMAZZARVI, UNA SOLA COSA: VI CAGHERETE ADDOSSO DOPO MORTI E NON SARA' UN BELLO SPETTACOLO PER CHI VI TROVERA'.
FOSSI IN VOI CI PENSEREI ANCORA UN MINUTO.
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Numero speciale di UT sulla Follia con Hey hey My My - Alessandro Cascio

UT è la rivista Underground per antonomasia, una delle piu' innovative del panorama italiano creata da Massimo Consorti e portata avanti dalla Ediland Edizioni. Nel numero di Dicembre, il tema di UT è la Solitudine, presentato Sabato a San Benedetto del Tronto assieme ai racconti miei e di Sacha Naspini (I Cariolanti, I Sassi, Cento per cento).

Brazilian Babes
(Alessandro Cascio, per UT - La Solitudine)

Ho i crampi allo stomaco da tre giorni, il mio dottore dice che dovrei smettere di andare da lui per ogni fesseria e che dovrei trovarmi una ragazza, una di quelle figlie di genitori contadini che pensano che l’amore sia prendersi cura degli altri. Una di quelle che sa fare delle buone tisane e si siede al tuo capezzale quando stai male osservando il niente con gli occhi sbarrati.
“Allora non sto per morire, dice lei?”
“Nel tuo caso, non è che faccia molta differenza, non credi?”
Vedo il mio medico una volta a settimana, due, quando il disturbo si protrae. Ci sono tumori che si presentano come lievi fastidi, sapete? Sono discreti nell’arrivare, loro, sono come i criminali albanesi, che ti aprono la serratura con una forcina, durante la notte, ti lasciano dormire mentre saccheggiano casa tanto che la mattina ti alzi senza più neanche una tazza di terracotta in cui sorseggiare il tuo caffè chiedendoti come diavolo abbiano fatto a svuotarti un intero appartamento senza svegliarti, dato il tuo sonno leggero. Uguale è per i tumori, è così, lo leggo dappertutto su Internet. Gente con la raucedine che si è trovato con un polmone divorato dal cancro, lievi mal di stomaci tramutatisi in tumori all’intestino, piccoli dolori inguinali e ti ritrovi senza più le palle. Il Mercoledì, quindi, è il giorno del medico curante mentre il Venerdì, quello dello psichiatra, un uomo buono che è costretto ad ascoltarmi per un’ora a settimana e a fingersi interessato per obbligo professionale. Dallo psichiatra vado alla sera, io sono sempre l’ultimo appuntamento, così da non incontrare nessuno all’uscita che possa prendermi per pazzo. All’angolo di Via Vittoria, a quell’ora, ci sono i Travestiti brasiliani che ti chiedono una sigaretta. Li chiamano Brazilian Babes. Io non fumo, ma da quando ci sono loro ne porto un pacco sempre con me. Succede sempre così.
Jolene mi chiama e dice: “Guarda chi c’è, in bello e solitario. Hai una siga, amore mio?”
Così, io mi avvicino, ne accendo una e lui per cortesia mi parla un po’ della sua vita e di quanto le piacerebbe aprire un ristorante a Parigi un giorno, non uno di quei locali notturni squallidi con puttane come lei a servire ai tavoli, ma una cosa chic, che viva di giorno, perché lei con la notte non vuole più averci a che fare. Non mi aveva chiesto mai nulla di me, prima di ieri.
“Posso farti una domanda?” mi dice.
Nervosamente rispondo di sì, ma spero che non mi chieda del perché mi trema l’occhio destro. Una volta una signora lo ha fatto e ha cominciato a tremare anche il sinistro.
“Come mai un uomo con un bel viso, come te, non ha né un lavoro né una donna?”
“E tu come lo sai che non ho un lavoro e una donna?”
“A meno che il tuo lavoro non sia contare quanto passi ci sono da una punta all’altra della Via Libertà, è evidente.”
Prendo una sigaretta anch’io, l’accendo e la tengo in mano, per tenermi occupato, lontano dal mio naso, perché a respirarne i fumi ti vengono i buchi ai polmoni. E’ la prima volta che Jolene si interessa così a me. E’ un così bravo ragazzo, mi spiace che viva così, che debba stare mezzo nudo con questo freddo. Gli darei il mio giubbotto e non fosse frocio.
“Ma la donna potrei averla, no?”
“Dai, bambolotto, credi che sia nata ieri? Un uomo con una donna ha sempre la barba apposto, non ha quelle grosse macchie sul gilet e ti dirò di più, non indossa neanche un gilet. Le donne al massimo ti permettono di tenere i Jeans, ma per il resto, non tengono in casa uomini con i gilet e così pettinati. Tu non hai una donna come io non ho un uomo, altrimenti io non me ne starei qui a parlare con te.”
Poi mi fa notare che la mia sigaretta mi si è consumata tra le dita e la cenere mi si è infilata nelle scarpe. “Solo gli uomini soli parlano con le puttane e solo gli uomini disperati con le Brazilian Babe.”
Ogni mattina al Bar scambio due chiacchiere con Ruggiero durante il caffè. Parliamo di calcio, lui è interista, io niente, ma mi fingo tifoso perché non l’ho mai sentito parlare d’altro che di pallone e allora, se vuoi parlare con qualcuno, devi parare di ciò che piace a lui, a meno che tu non sia una persona interessante e allora puoi fregartene se era meglio Mancini di Maurinho o se l’Inter senza Ibra non vincerà mai più neanche in Italia.
Puoi anche dirgli: “Vedi, Ruggiè, a me non me ne frega un cazzo né di te né delle squadre Milanesi, anzi a me stanno antipatiche tutte le squadre con le magliette a righe.”
Puoi dirglielo, se sei qualcuno e se non sei solo, puoi dirglielo se non avessi perso il lavoro, se avessi almeno una madre o una sorella, se avessi una donna, un amico, potresti farlo e non saresti costretto a parlare con una puttana uomo, che ti racconta dei suoi Giovedì passati in galera per accontentare i galeotti, non saresti costretto ad andare il Sabato pomeriggio a messa da Padre Cosimo per poter stringere la mano a una donna per bene e ricevere da lei un sorriso.
“In galera stanno meglio che fuori” dice Jolene e poi mi fa cenno di andar via, che deve lavorare.
Sorrido.
“Dico sul serio” risponde Jolene: “Hai sempre qualcuno che ti ascolta, hai cure, un letto, un pasto e qualcuno ad apprezzare il tuo culo.”
Mi guardo dietro, i jeans mi cadono piatti dalla vita in giù e mentre le altre Brazilian Babes mi tirano su per la cintola, Jolene mi avverte: “Vattene adesso, che devo lavorare”.
Padre Cosimo, a passo lento, cammina verso la Banca Nazionale. Lui lo conoscono tutti così quando entra e l’allarme suona, il direttore gli fa l’inchino e si scusa. Padre Cosimo prende la croce che ha al collo e domanda: “Vuole che me la tolga?”, ma lo sa bene che con quel gesto non fa altro che mettere a disagio tutti, comprese le guardie giurate. Poi entro io, lo saluto, tiro fuori la pistola che poco prima, per strada, aveva infilato nella sua tasca, e grido “questa è una rapina”.
Sparo al commesso, getto l’arma e metto le mani alla testa per non farmi ammazzare. Tutto dura un attimo, mi prendono a legnate, ma era questo ciò che volevo, era il piccolo prezzo da pagare per la libertà. Arrivato al carcere dell’Ucciardone, sento per la prima volta nella mia vita la sicurezza che ti dà la disciplina. Ti dicono cosa devi fare, dove devi andare, a che ora devi mangiare, preparano tutto loro e non badano a spese, non ti fanno mancare nulla, né carne, né pesce, né insaccati e formaggi, pure il caffè possiamo farci, io e i miei nuovi amici.
Il primo a presentarsi si chiama Giuliano e mi stringe forte la mano: “Non preoccuparti” dice, “in qualche modo sopravvivrai”.
Il mio occhio è da un po’ che ha smesso di tremare e non ho più i crampi allo stomaco.
“Vedrai che se ti comporti bene” dice Giuliano, “al Giovedì ti portano anche le brasiliane.”
Poi si avvicina e mi offre una sigaretta: “Lo hai ammazzato il banchiere?”
“Non lo so” dico, “credevo che fosse caricata a salve e che …”
“Non dirmi niente” risponde lui ridendo, “io invece sì che l’ho ammazzato.”

Alessandro Cascio In Sicilia prima del 41 bis, l’Ucciardone lo chiamavano Grand Hotel, perché i mafiosi mangiavano bene, avevano la Tv e vivevano come Marajà. Era quello uno dei motivi per girava il detto “megghiu sirvuti in galera a dormiri na na balata, ca soli, curniuti e bastuniati menz’astrata” (meglio serviti in galera a dormire su una lastra, che soli, maltrattati, in mezzo a una strada).

Fine

Letteratitudine è un Blog Cult della letteratura Italiana Underground e non. Questa settimana, io con Touch and Splat e Sozi con Menu a confronto. Partecipate. http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/12/23/recensioni-incrociate-n-10-alessandro-cascio-sergio-sozi/comment-page-3/#comment-84990

Da: http://www.sololibri.net/Alessandro-Cascio.html

Ai giornalisti: per interviste e recensioni scrivete a info@historicaweb.com. Per venirvi incontro, visto che molti di voi non sanno né leggere né scrivere, potete mandare una vostra foto con in mano la laurea in scienze delle comunicazioni. Noi capiremo. DOPO UN'INTERVISTA A SOLOLIBRI IN CUI PARLO DEI GIORNALISTI, CHIARIMENTO DELLA REDAZIONE: "La redazione di SoloLibri.net, essendo anch’essa composta da alcuni giornalisti, si dissocia dal pensiero dello scrittore sulla categoria."
DA: SOLOLIBRI.NET

Su l'Insolito, nuova recensione di Touch and Splat.
http://www.linsolito.net/index?option=com_content&view=article&id=170:touch-and-splat&catid=35:autori-italiani&Itemid=62

Finita la prima stesura di Tra bene e male, romanzo ambientato tra il Queens e Manhattan, mi sono trasferito per un mese a New York per vedere da vicino cio' di cui ho scritto per un anno intero, visitare la piccola chiesetta di Green Garden, le strade, le case, i quartieri e potervi donare nel modo piu' realistico la fiction che vi servo da anni e che spero apprezziate o stiate imparando ad apprezzare. Vedo che vi hanno piazzato un bel banner in home page oltre alla multitudine di pubblicita' sparsa ovunque. Vi conviene comprare una copia di Touch and Splat se non volete ritrovarvi i testimoni di Geova nel sottoscala con i volantini delle mie copertine tra le mani. Che sia Touch, che sia il romanzo di prossima uscita Quel maledetto giorno a Praia, che sia Tra bene e Male, che sia il trip romance a cui sto lavorando qui adesso per Cahier, sappiate che in qualche modo, quel che racconto e' testato sulla mia pelle, per non darvi quel senso di "ma che ne sa questo della vita" che neanch'io vorrei mai provare leggendo un libro. Quindi, rinnovo il mio affetto e continuo a macinare parole ed esperienze, sperando che questo serva a qualcuno, che siate voi, me, il mio editore o una razza aliena che trovera' i resti dei miei romanzi a rappresentare la nostra razza nel 3489. Ho saputo che li' da noi hanno preso a cazzotti Berlusconi: mi perdo sempre il piu' bello ragazzi. E' in lavorazione il fumetto di Touch and Splat disegnato da Alessandro Buffa. Vi lascio qui, e se non mi ammazzano prima, diffondete il mio verbo: fottersene. E' un verbo riflessivo.

Tags: ammazzarsi
 
17 Novembre 2009

Catturandi "i poliziotti più famosi d'Italia": i nostri nuovi supereroi.

Prefazione:
IBS - Internetbookshop.it sconta tutto per Natale.
Il mio romanzo a 4 euro e 40 centesimi.
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Da grande voglio fare il Catturandi.
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I nuovi supereroi della Catturandi, ringraziano la folla che li acclama dopo aver catturato il boss Raccuglia.
Questi ragazzi rischiano la vita per catturare potenti mafiosi.
Il governo li sottopaga e non stanzia denaro per aiutarli nel lavoro e ... loro si autotassano.


PALERMO - "Per favore, non chiamateci eroi perché arrestiamo i boss latitanti", sussurra uno dei ragazzi della Catturandi mentre si sfila il mefisto che domenica hanno visto le televisioni di mezzo mondo. "Questo è il nostro lavoro. Piuttosto, chiamateci eroi perché siamo dei dipendenti statali che pagano di tasca propria per lavorare al meglio". Da mesi, non ci sono soldi per le missioni fuori sede dei poliziotti più famosi d'Italia, quelli che hanno arrestato Raccuglia, e prima di lui Lo Piccolo e Provenzano. Le indagini per la cattura di Mimmo Raccuglia sono state un vero e proprio slalom per i poliziotti della squadra Catturandi della Mobile palermitana. E non solo perché il padrino di Altofonte sembrava imprendibile, tra fidati postini, favoreggiatori e insospettabili complici. "I tagli al comparto sicurezza sono stati il peggiore ostacolo che i poliziotti hanno dovuto fronteggiare in questi mesi", dice Franco Billitteri, segretario provinciale del sindacato di polizia Siap. I rimborsi per le missioni fuori città sono ormai bloccati da mesi, gli straordinari vengono pesantemente decurtati e i rimborsi per i pasti durante le missioni arrivano con nove mesi di ritardo. "In realtà, i tagli hanno determinato un effetto paradossale - sostiene Billitteri - le indagini antimafia sono proseguite con i risultati di sempre, grazie agli operai che lavorano nel cantiere dell'antimafia. L'operaio, però, non ci mette soltanto passione, anche i suoi soldi". In questi mesi di indagini senza sosta fra Palermo e Trapani, passando per gli appostamenti nei luoghi più impensabili, persino in montagna, gli imprevisti non sono mancati. "Anche in questo caso, imprevisti non di mafia, ma di antimafia", dice ironicamente Nicolò Caronia, anche lui componente della segreteria del Siap. Qualche esempio. La Catturandi si è ritrovata nel giro di poco tempo solo con due auto civetta: tutti i mezzi necessari sono stati allora noleggiati dal Servizio centrale operativo. Tempo fa, poi, è accaduto davvero l'imprevedibile nella storica palazzina che ospita la squadra mobile di Palermo: si è rotta la colonna di scarico dei servizi, ci volevano 4.500 euro per le riparazioni, ma i soldi non erano immediatamente disponibili. Per un mese, tutti i poliziotti in servizio alla Mobile sono dovuti uscire dall'ufficio e andare in questura per trovare un servizio igienico. "A questi e tanti altri imprevisti quotidiani, i vertici della Mobile e della questura hanno risposto con prontezza e soprattutto con tanta fantasia - dice Caronia - alla fine i soldi per le riparazioni si sono trovati. Ma quanta fatica". Sostiene Billitteri, che è anche uno degli investigatori della squadra mobile: "Siamo d'accordo con il ministro Brunetta quando parla di produttività ed eccellenza, ma francamente non capiamo perché ai dipendenti di uno degli uffici più efficienti d'Italia sia stata pagata solo la metà della voce produttività del 2008". I ragazzi e le ragazze della Catturandi hanno aspettato due anni per vedere in busta paga gli straordinari fatti sulle montagne di Corleone a caccia di Provenzano. E altri due anni hanno atteso gli straordinari dopo l'arresto di Lo Piccolo: "Ma è arrivato soltanto il 50 per cento di quanto dovuto", denuncia il Siap. La lotta alla mafia prosegue nel fortino della squadra mobile di Palermo. Gli investigatori stanno anticipando i soldi per un'altra missione importante, a Trapani, per l'arresto del superlatitante Messina Denaro. "Davvero curioso - dice il sindacalista Billitteri - la sezione Criminalità organizzata ha competenza interprovinciale, ma non dispone di fondi per le missioni fuori Palermo". I ragazzi che hanno arrestato Raccuglia, quelli che domenica sera hanno esultato davanti alla Mobile, hanno fatto nell'ultimo mese 100 ore di straordinario. "È stato un mese massacrante - racconta Caronia - ma i poliziotti sanno già che nonostante i complimenti di tutti i politici verranno riconosciute ad ognuno di loro solo 55 ore di straordinario. E ne verranno pagate solo 36".

 

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 Così, in Sicilia, accogliamo l'arresto dei Boss di Mafia.
L'arresto di Domenico Raccuglia detto "u veterinaiu"

 

 

 

 


DELFINO DI BRUSCA - Già "delfino" del boss di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca, "il veterinario" è stato condannato a tre ergastoli (uno per l'omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo), a 20 anni di reclusione per tentato omicidio e ad altre pene per associazione mafiosa. Durante la sua latitanza, nonostante il continuo controllo nei confronti della moglie, Raccuglia è riuscito a diventare padre per la seconda volta. Da tempo era considerato uno degli aspiranti al vertice della mafia palermitana come successore di Totò Riina, essendo il capo incontrastato delle cosche a Partinico, grosso centro fra il capoluogo e Trapani.

Partinico è il paese in cui vivo, quello in cui sono cresciuto, quello da cui spesso io e altri giovani aspiranti "non mafiosi" siamo fuggiti, una di dossi più grossi dell'autostrada del mondo, il centro nevralgico del triangolo mafioso. C'è ancora da lavorare, specie sulla mentalità della gente, ma a volte penso a quanto sarebbero felici Falcone e Borsellino, per il lavoro che la Polizia e la sua gente, stanno svolgendo da anni, dal contrasto "porta a porta" di addio pizzo e affini, fino ai grandi blitz che stanno decimando pian piano, tutte le famiglie mafiose. Mi aspetto che in Campania si faccia lo stesso e che la regione prenda esempio dalla buona volontà degli altri fratelli ignoranti.

 

 

 

 

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13 Novembre 2009

Khan el Kalili: video, racconto e illustrazioni

La recensione illustrata del mio romanzo TRE CANDELE, finalista al Premio Internazionale di Letteratura Jacquès Prèvert: illustrazione di Alessandro Buffa, testo di Miriam Ravasio.
Tavola 1
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Tavola 2
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Racconti di viaggio.
Khan el Kalili
(la casa di un Dio in preda all’ansia)



Khan el Kalili

(la casa di un Dio in preda all’ansia)

 

Dal diario di viaggio fatto con tovagliolini Mc Donald’s tenuti assieme da un chewingum masticato.

 

Se sono vivo lo devo a Mohammed, il bibliotecario dell’Università americana del Cairo, perché io non sono un granché bravo a salvarmi la pelle, è più probabile che se c’è da morire peggiori la situazione, sempre che ci sia qualcosa di peggio della morte.

Da quando ho compiuto i 16 anni tengo un foglio dei desideri. Non è una pergamena magica ottenuta dal tronco di un albero incantato, ma un normale foglio bianco Pigna su cui scrivo i miei sogni, non quelli che per definizione devono restare tali, ma quelli da esaudire, da tramutare in realtà, da cancellare, per arrivare un giorno, prima della morte, a non sognare più, perché un uomo che sogna ancora non morirà mai in pace

A ogni compleanno ne compilo uno. Ho 15 fogli dei desideri e una trentina di sogni esauditi. Quest’anno il primo desiderio da avverare era quello di andare in Egitto, non Sharm, ma quello vero, vedere le Piramidi e la sfinge e chiedere ai musulmani cos’abbiano da lamentarsi tanto. Così m’imbarco sul primo aereo con un amico che, visti tutti quei musulmani, inizia a lamentarsi.

“Troppi arabi. E’ regola che su 50 arabi almeno uno è esplosivo.”

“Ma non che non lo sono.”

“Lo dicevano anche i passeggeri dell’American Airlaines.”

Facevano come facciamo tutti noi di solito. Non aver paura, le possibilità di cadere in aereo sono una su un milione. Col talebano a bordo, la matematica diventa insignificante.

Il mio amico crede che talebano sia una marca di mortaretti, non conosce la storia che c’è dietro e la differenza tra un musulmano, un integralista e un talebano. Neanche io la conosco, quindi chiedo:

“Se dovessi scegliere se salire su un aereo con 99 talebani e un italiano o su uno con 99 italiani e un talebano, su quale saliresti?”

“Su quello con un talebano?”

“No, risposta sbagliata. E’ più probabile che un talebano si faccia esplodere per uccidere 99 italiani che 99 talebani si facciano esplodere per uccidere un italiano.”

La strategia funziona, così mi convinco che saliremo su quell’aereo senza essere presi a calci nel culo dalla security, anche se c’è un inconveniente inaspettato: il mio amico parla.

“Scusi” chiede alla hostess: “Quanti talebani ci sono in questo aereo?”

“Si sieda, per favore!”   

Partiti, atterrati. Ci hanno circondato in 10 per offrirci il pacchetto vacanze migliore. La mia valigia non è arrivata a destinazione e noi siamo partiti senza nemmeno prenotare un hotel o informarci su come visitare i luoghi culto della nazione. Un tipo si offre di portarmi il troller dovunque decida di alloggiare… se alloggerò dove lui dice. Me ne hanno smarrita già una di valigia.

Così, tra le varie offerte, noi scegliamo la peggiore, quella che lui ci offre e in cambio ci renderà il troller senza fare storie. Lo seguo per amore di un paio di Air Max nuove, di sette camicie Nara e una giacca Armani, due paia di jeans, 12 paia di mutande, i miei cappelli preferiti, le mie dodici canottiere nere comprate dai cinesi, una macchina fotografica digitale Canon e un mucchio d’altre cose che quando le hai con te sembrano di poco conto, ma quando le perdi diventano ad un tratto di vitale importanza, come, ad esempio, i pedalini Adidas. Tre paia, insostituibili, specie nel deserto.

All’Hotel Noran, un mondezzaio a prezzo stracciato quanto le lenzuola su cui dormiamo, il giorno dopo mi arriva la valigia smarrita. Ottime condizioni, tranne per un lucchetto che non è il mio. Il ragazzo che me l’ha portata esce dalla tasca un coltello e scassina il lucchetto in due secondi netti. Gli do la mancia, non per avermi riportato la valigia, ma per il gioco del coltello.

“Me lo insegni?” gli dico. 

Il mio amico guarda l’interno della valigia e mi tira fuori un pantalone: “Guarda che sei al Cairo non a Paris, mon ami!”

Dopo aver attraversato Alessandria D’Egitto, visitato musei e visto il Sahara e le Piramidi, ci ritroviamo tra le vie del mercato di Khan El Khalili. Chiedo al tipo che somiglia a Quaresma e che sta vendendomi la statuetta di Anubi, perché nel quartiere all’altro capo della strada non è concesso entrare. Mi risponde che, se voglio, posso andare, ma nessuno straniero si avventura mai da quelle parti, perché lì (dice così) neanche la religione musulmana è padrona.

Al fetido Noran Hotel, il Ramadan si pratica allo stesso modo in cui i cattolici praticano i loro rituali: senza troppo impegno, sperando in un Dio liberale.

L’ultimo piano del Noran è il primo legame davvero forte con l’occidente visto fino a quel momento al Cairo.

Dopo le 6:05 si scordavano di averlo, un Dio, e la gente della peggiore specie si ritrovava in un posto chiamato Harem, fetente anch’esso, ma non per gli scarafaggi schiacciati e spinti ai lati del pavimento, ma per la sottomissione dei suoi frequentatori all’abbandono e al piacere. I viscidi padroni ci avevano portato al tavolo una ballerina chiedendoci di farla ballare e di farle fumare hashish con noi.

“Pensavo che l’Hashish fosse illegale” dico, ma quando quello mi risponde “non qui”, mi sento ridicolo. Viste le facce e la corruzione della polizia egiziana, vista la mancanza di un codice stradale e l’esistenza di galere per ricchi e galere per poveri, dovevo aspettarmi che la mafia, lì, non si facesse troppi problemi per un po’ di droga leggera. La danzatrice non si può toccare, parla solo in arabo ed è bella tanto che vorresti salvarla da quella miseria. Comincia a ballarmi attorno e a farmi gli occhi dolci per farmelo venire duro costringendo i miei ormoni a gestire i miei affari. La riempio di pound egiziani ma, falsa e volgare com’è, abbandono la mia veste da eroe e comincio a desiderare ardentemente che in quella melma ci sprofondi, con tutta la gente presente lì dentro. Durante i balli, gli ospiti dell’Harem ci tirano addosso del denaro e nel fumo dell’hashish che riempie la sala, s’intravedono solo sagome sudate di finti signorotti, principi per una notte.

Che Allah lì maledica.

Chiedo il conto e arriva con cortesia una cifra assai scortese, specie per chi aveva goduto per solo mezz’ora del loro infedele servizio. Così il mio amico inizia una discussione piuttosto animata, ma non conoscendo né l’inglese né il francese, sono io a gestirla per lui. Il gorilla del locale clandestino è alto e pesante, ma se non lo fosse farebbe ugualmente paura per come ti guarda e per quella faccia da carceriere Turco che si ritrova. Il Direttore strofina le mani e con apparente cortesia ci esorta a stare quieti.

“Ci sono problemi?” ci chiede.

“Sì che ci sono. Il conto, è enorme. A questo prezzo paghiamo una settimana di pernottamento.”

“I peccati si pagano”, mi dice quello: “Cosa non è stato di vostro gradimento?”

Eravamo nel cuore dell’Islam, tra fondamentalisti e libertini, in Ramadan: non avevo messo in conto di poter peccare, figurarsi di dover pagare dopo averlo fatto.

Il gorilla si scrocchia le nocche e capisco che in qualche modo è meglio uscire da lì. Così do tutto quello che ho in tasca allo strozzino dell’Harem e saluto.

“Don’t forget me, Alessandro” dice il direttore preoccupandosi per la mia faccia sdegnata: “Non è stato di tuo gradimento? Don’t forget me!”

Poi parla in arabo con l’energumeno che ride e quando lo fa, spaventa più di quando fa il duro. I due si offrono di accompagnarci alle stanze ed entrano in ascensore con noi. Capisco che devo mantenere la situazione a un livello di calma apparente quando i due mi fissano continuando a chiedermi di non dimenticarli. Che affettuosi. Peggioro la situazione chiedendo loro come mai, in un mondo islamico, in Ramadan, ci sono quei posti.

“Per i turisti”, risponde il direttore.

Ma in quel posto io e il mio amico eravamo gli unici due turisti.

Arrivati, l’uomo mi parla, mi mette in un angolo e mi chiede se ci è piaciuto il loro servizio e se saremmo ritornati nell’Harem.

“Sì”, gli dico “si possono fare anche gli abbonamenti?” e poi gli rifilo una manata sulla spalla sperando che la scambi per una pacca. Entrato in stanza il mio amico si lamenta, io anche, ma sono felice di aver trovato la prima falla nel sistema perfetto dei fedeli islamici: gli infedeli islamici. Da condannare, da uccidere, da emarginare per il loro peccati… al Cairo andavano serviti e riveriti.

La sera del giorno che segue chiedo a uno zoppo un posto per mangiare, che non si spenda tanto e che sia tipico del posto. Non sa cosa rispondermi e chiede a un negoziante d’argento di chiedere al suo figlio zoppo, dove sarebbe bene farmi mangiare qualcosa di buono. Il ragazzo si trascina dietro la gamba destra e m’indica Omar il venditore di scarpe fasulle all’altro lato della strada. Zoppo anche lui, Omar mi dice di stare attento: prima fa cenno, poi grida. Di colpo un’auto mi punta addosso ed io per istinto lo scanso e mi salvo la vita, ma resto nel mezzo e i taxi a luci spente sembrano giocare all’ostacolo. Non capisco bene se vinca chi mi becca o chi mi scansa. Non posso andare né avanti né indietro, perché ogni mia esitazione sarebbe d’intralcio ai guidatori, che per ammazzarmi ce la mettono tutta, ma per evitarmi s’impegnano quel poco che basta a dire di averci provato. Poi Omar dice “run, amigo, run” e corro senza guardarmi attorno, pregando di non dover diventare zoppo anch’io come loro, non in Egitto almeno: ho sempre pensato che sarei diventato zoppo in casa mia, in seguito ad una caduta eroica.

In Egitto ci sono incidenti ogni giorno, molti mortali, altri riducono la gente inferma. Nonostante tutto, in auto si continua a giocare agli ostacoli con chi si azzarda ad attraversare la strada, che siano donne, bambini, con burka o senza, vecchi o stranieri. Non importa, si salta l’ostacolo e si ride. In quei giorni mi arriva notizia che sei Italiani sono morti in un incidente, ma non è cosa nuova, visto che sempre più spesso, pullman di stranieri per le vie della città dei beduini, si schiantano ogni giorno senza destare scalpori.

“Ma qui esiste la scuola guida?” chiedo a Omar.

“No, si fa un esame per la patente.”

“E cosa fanno all’esame? Stabiliscono un traguardo e promuovono chi arriva prima?”

Tempo dopo verrò a sapere da uno dei tanti Mohammed incontrati, che di solito gli stranieri che si comportano male, che guardano le loro donne o tentano sorpassi azzardati, vengono buttati fuori strada volutamente, per questo non è consigliabile prendere un auto e guidarla in quelle strade.

Omar vende scarpe Nicke, Pumas, Adidash. Gli dico che scrivo di professione e lui mi chiede di ideargli un cartello che gli faccia buona pubblicità con i turisti, per vendere bene le sue scarpe.

Mi ha consigliato di sedermi al tavolo di un posto dove cuociono carne essiccata all’aria inquinata e ricoperta di mosche, ma nonostante il tentato omicidio, prendo il cartone che mi ha dato e invento lo slogan che fa per la sua bancarella e per la sua gente frettolosa e concitata.

“Nicke – Just do it .. but be quiet please”* (* Nike, fallo adesso… ma con calma)

Parlo con lui dei frequenti assassinii del suo paese, dei banditi e del pericolo per i turisti e mi racconta che tempo prima, un autobus carico di tedeschi è stato fermato da persone incappucciate. I passeggeri sono stati derubati e poi  giustiziati uno dopo l’altro. Non sa se la religione c’entri o meno e non ne parla. L’Islam è una cosa, il fanatismo un’altra, gli idioti un’altra ancora.

Così dell’Islam riesco a conoscere i dettagli parlando con amici. Uno, di nome Amer, ha una bottega di arazzi e collane intagliate in osso di cammello. Si lamenta che una volta con l’avorio si facevano affari con gli stranieri, ma il loro governo li aveva resi più vulnerabili al mercato bandendo l’unico materiale su cui potevano giocare a rialzo. Amer è stato estradato dall’Italia per aver tentato di uccidere un poliziotto e ha il cattivo vizio di parlare troppo, quindi, per qualsiasi giornalista o scrittore assetato di conoscenza, è l’uomo ideale. Ci fornisce Hashish e ci parla di suo padre, della sua famiglia, di quanto è importante avere un posto in cui dormire e ci fa vedere il suo: è un buco sul soffitto. Chiedo se posso fotografare, ma mi dice di no, si arrabbia e si lamenta del fatto che la gente ha una gran voglia di smerdare il suo paese.

“Non è un bene dire al mondo in che condizioni vivete? Potrebbero far qualcosa.”

“E’ proprio grazie al mondo, che viviamo in queste condizioni” e poi mi dice che sono un bravo ragazzo e che vuole farmi conoscere suo padre, un artista, come me. Dobbiamo stargli dietro e non perderlo, perché dovremo passare in un posto pericoloso che chiamano “tuab”. Chiedo cosa vuol dire, ma non me lo dice e a quel punto, non sono neanche sicuro di aver azzeccato la pronuncia. Nelle vie buie c’è un puzzo di marcio, ma le preghiere del corano che risuonano nel silenzio rendono quella passeggiata “un fatto da ricordare”, da scrivere e da raccontare. Tra le vie strette, ci sono facce più buie del buio che con un saluto ad Amer fanno scorgere la loro presenza. Poi ci sono i gatti, quelli sono dovunque e mille strettoie in cui è difficile camminare frontalmente. Poi buchi, scale in legno, noi che accendiamo cellulari per vedere dove mettiamo i piedi e lui che ci chiede di nascondere gli aggeggi moderni.

“Volete farvi ammazzare?”

Il mio amico da dietro sussurra: “Ale, perché non vai in Bosnia a fare ste cose?”

Arrivati a destinazione, un anziano signore con la faccia simpatica sorride. E’ diverso, è un artista, segregato nel suo studio, in quel nessun posto irraggiungibile se non dai gatti che ha attorno. Produce collane e ciondoli 18 ore su 24 da sessant’anni. Mi mostra le sue opere, felice di avere degli italiani nella sua bottega.

“Pavarotti” dice, e poi mette in bella mostra delle piaghe da decubito, delle ferite profonde che non sono guarite del tutto e su cui le mosche hanno aperto un ristorante. In terra c’è del pane azzimo pieno di polvere e tutte quelle cianfrusaglie che servono a rendere arte lo scheletro di un cammello o il corno di un bisonte. Quando lo saluto, gli chiedo se esce mai da quel posto.

Apre una tendina e mostra una piccola stanza adibita a luogo di preghiera.

“La mia Moschea è qui” dice, “il mio lavoro anche e mio figlio mi porta da mangiare. Dove devo andare?”

Quell’uomo viveva lì chissà da quanti anni e Amer ogni tanto portava qualche curioso per farlo sentire felice. In quel momento, i curiosi di turno eravamo noi.

Anche il beduino che mi aveva accompagnato alle piramidi si chiamava Mohammed, il figlio invece si chiamava Ali, assieme “Mohammed Ali”, come il pugile. Il mio cammello si chiamava Michael Jackson, mentre la gente seduta a vendere cartoline ai piedi di Cheope mi chiamava Rambo, per via del mio tattoo, dei piercing e della canottiera che mostrava le spalle. Loro non avevano tempo per praticare uno sport. L’unico muscoloso lo avevo incontrato io il giorno prima: il gorilla dell’harem. Il beduino mi disse di non fidarmi di nessuno, specie se sono egiziani che parlano in italiano, di non avventurarmi troppo per le vie del Cairo e per la città dei beduini.

“Non chiedere troppo. Non fare troppe domande”.

Io, invece, l’indomani mi ero ritrovato nella parte copta di Khan el Khalili dopo che un venditore mi aveva detto di non andarci: per questo ci andai. All’entrata della stradina che dopo 5 metri circa fa angolo facendoti scomparire nella vecchia Khan, trovo un egiziano che parla in italiano. Sembrava aspettare me e il mio amico che tanto aveva insistito per visitare il mercato intero.

“Italiani? Anch’io parlo italiano. Meglio lo spagnolo, ma va bene lo stesso. Posso accompagnarvi? Vi mostro la zona delle botteghe.”

Avevo appena litigato con due tassisti perché si erano appiccicati al culo senza che nessuno gliel’avesse chiesto solo per spillarmi altri soldi. Volevano 50 pounds per un solo viaggio piuttosto che 20 e mentre il mio amico mi diceva di non darglieli, io cercavo di escogitare un modo per non farci pestare, ma senza perdere la dignità da barattiere che è tipica africana e di rimando sicula. Così strappo in due la banconota e la chiudo tra l’indice e il medio. Poi la pongo perfettamente tra i due, quelli ne afferrano ognuno un’estremità e ne ottengono metà per ciascuno.

“L’avete strappata?” grido, “ora ve la tenete”.

I tassisti si lamentano, ma non possono che assumersi le loro colpe e rimediare da soli.

Dopo quella avventura, chiesi all’egiziano che si offrì di accompagnarci di lasciarci in pace.

“Non dovete comprare nulla, vi faccio solo vedere.”

Ma ancora la mia risposta fu: “No”.

Non mi ascoltò e mentre sudavo freddo per il mal di stomaco causato dalla carne cotta all’aria inquinata e dal pesce pescato nella benzina, m’illustrò la bottega del papiro. Io ero svogliato e piegato in due, nervoso per quel continuo martellante “amigo”. Mentre lui mi chiedeva di ammirare le maschere egizie, io guardavo una ragazza vestita di verde coricata in terra con la testa poggiata su una scatola. Mi illustrava la splendida produzione di tabacco da rullo e io osservavo della carne con dei vermi esposta in una piccola bottega e statuette sporche che nessuno avrebbe mai comprato, nell’angolo che un vecchio aveva chiamato “store” scrivendolo su un pezzo di cartone. Mohammed, così si chiamava il ragazzo che ci accompagnava, al mio disinteresse per ciò che diceva, scrollava la testa. Mi misi a giocare con dei bambini, cominciai a suonare le percussioni con delle bottiglie ma lui cercava ugualmente di mostrarmi la tecnica di lavorazione dei corni di bisonte. Ma quando parlando con un bambino di 11 anni, scoprii che in quella zona non c’erano fogne e i cumuli di immondizia superavano in altezza le case più basse, cominciai a scattare e scattare. Una delle foto fotografò una camicia marrone. Mohammed si era messo nel mezzo, proprio mentre stavo per immortalare la montagna di letame.

“Cosa vuoi!”

“No, Alessandro, devi stare attento.”

 “A cosa?”

Un tipo con la barba gridava mentre un altro si era avvicinato a noi chiedendomi di dargli la macchina fotografica.

“Non ti do niente, va via!”

Ma quello restava lì, non voleva andarsene.

Parlava in arabo con Mohammed ed io cercavo di capire dove stesse il problema.

“Alessandro” mi chiamò Mohammed, “è vero che hai fotografato solo la macchina nera posteggiata?”

Resta un attimo a guardarmi, allarga le palpebre e mi dice: “E’ vero?”

“Sì” dico, “parla con il tuo amico e digli che dalle nostre parti non abbiamo più queste auto. Per noi sono auto d’epoca che valgono molto. Dì al tipo che in Italia sarebbe ricco.”

Mi ritrovo un coltello puntato alla gola, ma un sorriso al posto del cinematografico ghigno:

“Italia, Mafia” dice e poi mi attraversa il collo in orizzontale sfiorandomi con il lato opposto alla lama e chiedendomi se gli piace il suo coltello.

La Mafia in Italia non usa più i coltelli” rispondo puntandogli l’indice alla tempia, “ma… psh psh, la pistola.”

E’ così che si ottiene rispetto, fingendo di non cagarsi sotto nonostante le mutande sporche. Mi hanno puntato addosso sei coltelli, mai uno ha penetrato la mia carne.

L’uomo parla in arabo con Mohammed che traduce: “Dice che deve tenersi aggiornato.”

Mohammed era un bibliotecario che aveva vissuto in quei quartieri da piccolo e che ancora aveva amici da quelle parti. Capii solo dopo che il suo hobby non era quello di fare da cicerone ai turisti, ma di salvargli la pelle. Noi eravamo gli unici due stranieri nella parte est di Khan, dove neanche la polizia entra.

“Alessandro, qui la gente uccide per i soldi e per molto meno. I musulmani che ci sono qui non sono come i musulmani che hai visto finora, ma sono violenti, credono in cose a cui noi non crediamo e tu non devi fotografare il degrado di questa gente. Loro odiano tutti gli infedeli.”

Mohammed salvava la vita alla gente come me. Questo faceva e in cambio non voleva nulla.

Quello era l’unico frammento d’Islamismo stonato in un mondo in Ramadan che adora il nostro stesso Dio, credono nell’esistenza di Cristo, della Madonna e dei nostri santi. Credono nei nostri testamenti, in Mosè, in Noè.

“Noi riconosciamo il vostro cristo, ma la Chiesa non riconosce il nostro Maometto. Dicono che non è mai esistito” ci dice Ismael, la guida.

“Il nostro problema tra sciiti e sunniti era un fatto di mente, capisci? Poi Bush ne ha fatto una questione politica. Noi non ce l’abbiamo con i cattolici, nelle nostre moschee ne entrano a milioni, sempre. Ce l’abbiamo soltanto con chi usa il nostro credo per acquisire denaro.”

Bush. Ismael parla di lui. In verità pochi sanno che la religione musulmana si basa sui nostri stessi testamenti, che le donne non portano il burka per dovere, ma per diritto. Possono scegliere se portare il velo, il burka o nulla. Ismael ha tre sorelle, due portano il velo, la terza nulla. Le tre mogli per ogni uomo sono una scelta di coppia. L’uomo che vuole una seconda moglie, può averla solo con il benestare della prima moglie. Sen l’uomo si sposa contro il volere della prima moglie, quella può chiedere il divorzio. L’uomo deve riconoscere allo stato di avere le finanze necessarie per mantenere tre mogli.

“Se poi un musulmano maltratta e fa come crede, non è un fatto di religione è una questione di testa, di legge violata, di cattiveria” dice Ismael, “anche voi cattolici, se seguiste la vostra religione, avreste molte leggi che abbiamo noi. Non le seguite, ma siamo fondamentalmente uguali.”

Io conosco la religione cristiana e vi garantisco che Ismael non dice stronzate. Il Venerdì non si dovrebbe mangiare carne (sempre), si deve andare a messa ogni Domenica, pregare almeno una volta al giorno, confessarsi almeno una volta al mese e le donne, al matrimonio, devono essere come la vergine Maria. Forse pochi di voi sanno che la religione cristiana impone a una donna che si sposa in Chiesa con rito cattolico, di essere vergine e permette il sesso solo per procreazione. Nonostante qualche religioso dica, che il sesso può consumarsi tra le mura domestiche, se si è uniti in matrimonio, questa è solo un modo di venire in contro ai fedeli, per non farli allontanare dal cristianesimo, ma la realtà è che le nostre leggi religiose, sono simili a quelle del Corano. Se poi noi abbiamo deciso di adattare la parola di Dio ai nostri bisogni, non è un problema dei musulmani, che nella persona di Ismael, ci ospitano nelle loro moschee dicendoci: “Questa è la casa di Dio, dove ogni ricchezza è del popolo, dove puoi pregare o proteggerti, perché qui nessuno può farti del male. Questa è la dimora dell’uomo. Allah non è un Dio diverso, vuol dire Dio in arabo, come God in Inglese, Dieu in Francese, Deus in portoghese”. E io, in quel frangente, mi corico e mi addormento sul tappeto, sicuro che Allah sia lo stesso a cui, da piccolo, chiedevo per ogni compleanno la bicicletta.

A sei anni, la trovai, blu, sul viale della mia casa a mare.

Come non fidarsi di un Dio che rende felici i bambini e monta sulle mountain bike, un cambio shimano?

 

Alessandro Cascio

 
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